di Paolo Moretti.

Quando sono partito per questo viaggio in Texas, l’obiettivo primario che avevo era di rendermi conto, personalmente, se tutte le rassicurazioni che Davide ci dava ogni giorno quando lo sentivamo erano vere, oppure erano di facciata per non farci preoccupare.

Erano infatti alcune settimane, direi da inizio ottobre, che sentivamo una voce più tranquilla, serena e un animo molto più energico rispetto al primo periodo. Sua madre, molto più di me, percepiva durante le telefonate la sensazione che il periodo iniziale di grande difficoltà dovuto alla lingua, al cibo, alla scuola e alle diverse abitudini sia di lavoro sia di vita era oramai alle spalle.

Così, dopo aver messo in valigia pochi effetti personali, il cuscino preferito di Davide, quindici buste di riso allo zafferano e quindici tubi di passato di pomodoro concentrato sono partito da Bologna, via Francoforte e Dallas, per arrivare a Lubbock. Sono arrivato al Campus di Texas Tech University mercoledì 1 novembre ed era molto tardi. Davide aveva appena finito con la sua squadra la prima gara di esibizione nella straordinaria cornice della United Supermarkets Arena. La sera successiva, Davide ha invitato tutta la squadra, compresi i manager assistant a mangiare la pasta italiana. Ho cucinato per 25 persone la nostra pasta al pomodoro e la carbonara. Successone!

L’indomani mattina, appena uscito di casa, ho avuto uno spiacevolissimo imprevisto: mi avevano portato via la macchina che avevo noleggiato all’aeroporto di Dallas. Avevo parcheggiato, la sera prima per scaricare la spesa necessaria per la serata di cucina italiana, in un’area riservata privata. Pazienza, anche se lo scherzo mi è costato 313 dollari di carro attrezzi! Il cottage dove abita Davide è bellissimo. Sembra un villaggio turistico in stile coloniale di un’isola caraibica, solo che è molto organizzato e con regole piuttosto rigide. Ora capite perché mi hanno rimorchiato la macchina alla prima distrazione.

Sabato 4 novembre sono partito alla volta di San Antonio per salutare Ettore Messina, che mi ha invitato a visitare il centro di allenamento degli Spurs, dove ho avuto la fortuna di assistere a due allenamenti: uno vero della squadra di sviluppo degli Austin Toros, per l’occasione rinforzati e rinvigoriti dalla presenza di Tony Parker di rientro dall’infortunio dal quale sta recuperando, e l’allenamento di rifinitura del mattino della partita Spurs-Clippers.

Alla Facility in 1 Spurs Lane, mi ha fatto graditissima compagnia uno dei coach europei più bravi in circolazione, Ergin Ataman, che stava facendo un viaggio di aggiornamento negli States che lo avrebbe portato a Sacramento, Houston e San Francisco. All’AT&T di San Antonio ho assistito alle partite Spurs-Suns e Spurs-Clippers; la seconda più bella della prima, ma entrambe uniche per atmosfera e per il mondo che circonda tutto quello che è basket negli Stati Uniti.

Nella prima, sono arrivato all’arena con Coach Messina tre ore prima, quindi ho avuto tempo e modo di assistere a tutto il prepartita seduto proprio a bordo campo. È in quel momento che ho visto nella panchina di Phoenix una faccia “rossa” conosciuta, era Tim Kempton, due anni a Verona insieme, ora commentatore per la TV dei Suns.
Vite parallele a quel tempo e vite parallele adesso, visto che i nostri figli hanno attraversato in questa ultima estate l’oceano per giocare a basket: Davide in Texas e Tim Junior a Bilbao. Fantastiche coincidenze!

Mercoledì 8 novembre sono tornato a Lubbock nel pomeriggio, in tempo per vedere l’allenamento della squadra e, successivamente, la partita di volley femminile in cui era impegnata la squadra di Texas Tech. Finalmente era arrivato anche il giorno della prima partita in NCAA di Davide. Il 10, infatti, avrebbero fatto visita ai Red Raiders i ragazzi di South Alabama, nell’opening game della stagione agonistica. Un ambiente incredibile, difficile da raccontare a parole: elettricità ovunque, preparativi in stile NBA, ottima organizzazione. Un modo tutto americano, cioè in grande, di mettere in scena l’evento sportivo, che è solo la conclusione ed il clou di tutta una serie di iniziative che si possono definire straordinarie se viste con la nostra cultura e misurate con la nostra abitudine.

Dopo l’inno nazionale e le presentazioni, si parte. Partita tesa. La superiorità dei ragazzi di coach Beard è netta, ma si concretizza solo dopo cinque minuti dall’inizio del secondo tempo, poi diventa tutto facile. Vinto 75-50. Normale che in queste partite la tensione e la paura siano i protagonisti principali, poi si sono palesate cose importanti, che lasciano intravedere grande potenziale. Sabato e domenica di lavoro ed ecco che arriva la seconda gara. Il 14 novembre ancora ospiti in arrivo: stavolta si tratta di Maine. Purtroppo per me, non c’è gara. Troppo modesti gli avversari: 11-0 primo time out e 20-3 secondo time out. Ho assistito a un allenamento con tanto pubblico e punteggio. Il livello salirà già dalle prossime due partite: il 18 e il 19 i Red Raiders andranno in Connecticut per incontrare prima Boston College, poi un’altra avversaria di rango in un torneo tipo quadrangolare, con semifinali e finale in due giorni. La temperatura inizia a salire.

Sono arrivato alla fine del mio viaggio in Texas. Ero partito per cercare di capire come stava e di cosa aveva bisogno mio figlio, invece ho trovato un uomo.

Sulla lunga strada da Lubbock a Dallas, dove prenderò l’aereo che mi riporterà a casa, mille pensieri mi passano per la testa. Tra questi, un morso di malinconia che mi fa riempire gli occhi di lacrime: da adesso Davide avrà sempre meno bisogno di suo padre, ma questa è la vita!

CON GRANDE ORGOGLIO
#NGU

Paolo Moretti
Papà di Davide Moretti

FOTO
Ettore Messina e Paolo Moretti.