Il nostro sito si riserva la facoltà di fare un’eccezione, per un ospite eccezionale. Infatti, quest’anno ci eravamo riproposti di ospitare uomini di basket internazionali che fossero stranieri.
Luigi Lamonica è invece italiano, ma di sicuro la sua caratura ha assunto una dimensione mondiale. Infatti, è l’arbitro di basket italiano più titolato e uno fra i più titolati al Mondo. Il suo palmares annovera 1 Finale Mondiale, 2 Semifinali Olimpiche, 5 Finali Europee, 5 Finali di Eurolega, 3 Finali di Eurocup, 3 Finali di Coppa FIBA (2 Europe League e 1 EuroCup), 23 Finali Scudetto, 9 Finali di Coppa Italia, oltre a tante altre finali giovanili e semifinali senior. A tutto marzo 2019, ha arbitrato oltre 690 gare in Serie A e oltre 670 gare in competizioni di rilevanza internazionale.
Inoltre, ha scritto un libro, “DECIDERE”, donando 5.000 euro a una onlus che si occupa di cura a domicilio dei malati di cancro.
Per questo abbiamo volentieri derogato alla linea che avevamo programmato. Ecco la nostra intervista.

Cosa fa Luigi Lamonica, nel basket e nella vita privata?
«Attualmente dirigo gare di Eurolega e di Eurocup. Questo mi lascia i weekend liberi, che cerco di organizzare coltivando il mio hobby preferito: la pallacanestro! Può sembrare che io sia uno stakanovista del basket oppure che io non abbia niente da fare nella mia vita privata, ma non è così: io mi diverto un mondo a seguire la pallacanestro, soprattutto perchè c’è sempre tanto da imparare e migliorare guardando una partita. A tutti i livelli: che sia di Eurolega o di serie D, si può sempre migliorare. Certo, quando finisce la stagione mi calmo un po’, la lascio in un cantuccio e mi dedico al mare, passando tutto il tempo possibile al sole a nuotare e visitando nuovi luoghi, soprattutto avendo la calma di poterli apprezzare senza dover pensare all’aereo che mi riporta a casa e alla partita della settimana successiva».

L’Euroleague, un mondo affascinante, che sta prendendo quota stagione dopo stagione, ci dai le tue impressioni dall’interno?
«Dall’interno, ti dico con orgoglio che essere parte della Lega più importante d’Europa è un traguardo appagante. Preparare, tutte le settimane, partite dove saranno impegnate squadre come Real Madrid, CSKA, Fenerbahce e tutte le altre 13 che danno vita ad uno spettacolo seguito anche nelle Americhe e in Asia è stimolante. Non ci si può fermare pensando di essere arrivati: bisogna studiare, lavorare, impegnarsi per meritarsi il privilegio di scendere in campo assieme ad attori del calibro di Sergio Llull, Nando De Colo, Vasilis Spanoulis, Zelimir Obradovic, David Blatt e tanti altri ancora. Sì, perché io lo reputo un privilegio enorme essere arrivato ad arbitrare questi campioni, così come considero un privilegio poter trasmettere la mia esperienza ai giovani arbitri che iniziano da poco a calcare i campi dell’Eurolega».

Cosa pensi della Lega A e del movimento “Basket Italia”, da osservatore esterno ma che conosce molto bene questo mondo?
«Stiamo attraversando un momento difficile, credo che nessuno lo possa negare, mitigato ultimamente dal ritrovato amore per la Nazionale che ha conseguito un fondamentale risultato per tutto il movimento, tornando a qualificarsi per una Coppa del Mondo dopo tanti anni. La situazione economica si sta riflettendo drammaticamente sulle società di pallacanestro, a tutti i livelli. Abbiamo perso la leadership in Europa sia dal punto di vista dei risultati delle nostre squadre sia dal punto di vista organizzativo, visto che la nostra Lega è sempre stata presa ad esempio per innovazioni ed intraprendenza da tutte le altre leghe europee (playoff, suddivisione in A1 e A2, fase ad orologio, istant replay, solo per fare alcuni esempi), mentre adesso non lo è più. L’attuale Lega ha iniziato, finalmente, un lavoro di ristrutturazione interna che porterà risultati, ma bisognerà avere pazienza e aspettare che i cambiamenti apportati all’interno del loro organigramma diano compattezza e una condivisione di intenti, inculcando a tutti gli attori che l’italico concetto “basta che il mio orticello sia il più bello di tutti” ha fatto tanti danni, per riparare ai quali occorreranno anni di duro lavoro. Mezzi ce ne sono pochi, certo, ma quei pochi devono essere investiti e spesi con oculatezza, senza alcun tipo di spreco o regalia, se si vuole, davvero, invertire la rotta».

Non esiste direttore di gara che non ami il basket. Tu sei anche tifoso di basket? Cioè, se viene trasmessa una partita NBA o NCAA, ti fermi e la guardi o cambi canale?
«Come ho detto prima, passo tantissimo tempo a vedere pallacanestro dal vivo oppure in TV. Tra una prima visione del film che ha vinto l’Oscar e una partita di pallacanestro, scelgo la partita di pallacanestro! Se poi dovesse essere troppo noiosa beh… cambio canale, ma a quel punto il film sarà già iniziato e siccome non capirò la trama… cambierò di nuovo canale tornando alla mia pallacanestro! La mia prima scelta è l’Eurolega, senza dubbio. Poi, tra una partita NBA di regular season e una di NCAA preferisco, e di gran lunga, quella di college».

Siamo curiosi di conoscere la tua esperienza nella Summer League NBA. Si era sparsa la voce di un tuo possibile approdo nel mondo del Basket americano, ci racconti i retroscena?
«È stata una esperienza incredibile, difficile trovare gli aggettivi giusti per descriverla. Del tutto inaspettata, nata da una telefonata di coach Ettore Messina, che non smetterò mai di ringraziare per aver pensato di fare il mio nome, tra i tanti europei, e concretizzatasi con un incontro, un caldissimo pomeriggio di giugno a Roma, con Bob Delaney, allora Vice Presidente del Dipartimento Arbitrale della NBA nonché Direttore degli Arbitri NBA. È stata una settimana di grandi emozioni: partecipare ai workshop mattutini con vere icone dell’arbitraggio NBA come Joey Crawford, Ben Salvatore, Eddie Rush lo stesso Bob Delaney; arbitrare 3 partite alla Summer League di Las Vegas; incontrare Mike Bantom, già grande giocatore visto in Italia per 7 anni quando io ero bambino, nei panni di Vice Presidente della NBA ed aver ricevuto una email da lui al termine di quella settimana, che conserverò gelosamente per il resto della mia vita tra i ricordi più belli della mia carriera; essere partito per un viaggio “senza speranza” e, giorno dopo giorno, avere invece avuto la netta sensazione che le distanze, tra noi e loro, così come è già accaduto per i giocatori e gli allenatori europei, non sono più cosi grandi. Insomma: tutto davvero molto bello e coinvolgente. Non so quando, ma tra non molto un arbitro europeo sarà chiamato ad arbitrare la NBA, anche se attualmente la cosa é impossibile per una clausola sul contratto stipulato dalla Lega con l’Associazione Arbitri, che prevede per tutti gli arbitri contrattualizzati con la NBA di seguire il percorso di formazione avuto da tutti i loro associati, ossia partire dalla G-League, senza alcun contratto e senza alcuna copertura assicurativa o previdenziale (e sappiamo bene che, negli Stati Uniti, senza assicurazione sanitaria occorre essere milionari per essere curati in un ospedale). Quindi, tornando a me e alla proposta ricevuta, un rischio che a quel tempo mi è sembrato troppo grande, anche in considerazione della mia età. Così è rimasto solo un sogno, anche se per una settimana mi era sembrato cosi reale!».

Il tuo libro “DECIDERE”: una grande idea, una grande emozione, un grande successo. Come e perché è nato questo splendido progetto?
«Se non fosse stato per l’amico giornalista e scrittore Luca Maggitti, “DECIDERE” non sarebbe diventato mai quello che è diventato. Luca ha avuto l’idea di concedermi l’uso del suo sito www.roseto.com per raccontare, tramite diari, la vita di un arbitro di pallacanestro mentre è impegnato nel suo lavoro. Avevo scritto per lui della Coppa del Mondo del 2010 e una stagione di Eurolega, quella 2010/2011 culminata per me con la finale di Barcellona tra Panathinaikos e Maccabi. Poi, 3 giorni prima di partire per l’Eurobasket 2011, in una delle nostre passeggiate sul lungomare di Roseto degli Abruzzi, Luca mi disse: “Luigi, il web va bene, arriva a tutti, è facile da consultare ed è moderno, ma vuoi mettere la bellezza di un libro? Il libro rimane per sempre”. La mia risposta fu: “Luca, un libro? Ma che dici? Chi vuoi che compri un libro di un arbitro di pallacanestro! E poi io non saprei da dove iniziare…”. Luca però era pronto: “Faccio io, tu devi solo scrivere. Al resto penso tutto io, ne ho fatti già alcuni. Ci penso io, parlo con la casa editrice, lo impagino, ti curo i particolari. Tu devi solo arbitrare bene e scrivere il diario, come hai fatto altre volte”. A quel punto non potevo tirarmi più indietro e cosi risposi: “OK, Luca. Io faccio quello che devo fare, al resto pensi tu”. E cosi è stato. Dopo 2 giorni, alla vigilia della partenza per la Lituania, avevo il preventivo della casa editoriale, i costi di stampa e tutto il resto. A quel tempo, Luca si era da poco occupato anche del libro “TIME OUT” di un nostro comune amico, coach Gabry Di Bonaventura, che aveva scritto un delizioso volume sulla sua carriera di giocatore e allenatore, mettendoci dentro anche la sua grande passione per la musica e il cinema, i cui proventi erano andati in beneficenza a una onlus dell’Aquila, città ferita da un terribile terremoto due anni prima. Quindi chiesi a Luca di individuare un progetto a cui devolvere i miei proventi. Lui mi propose di continuare ciò che Gabry aveva iniziato, pagando una borsa di studio per una fisioterapista della stessa onlus, “L’Aquila per la vita”, che si occupava di malati terminali di cancro. Il libro è piaciuto, abbiamo venduto le copie e ho devoluto la mia parte di ricavi alla fisioterapista che curava a domicilio i malati di cancro: credo che questo sia stato il mio fischio più importante».

Quali sono i progetti per il futuro di Luigi Lamonica, nel basket e fuori dal basket?
«Adesso arrivano i playoff di Eurolega, che saranno molto impegnativi: devo concentrarmi su quelli. Per il futuro, spero di rimanere nel mondo della pallacanestro come arbitro per qualche anno ancora: fino a quando il fisico reggerà e fino a quando mi renderò conto che riesco ancora a dirigere e aiutare e supportare gli arbitri giovani in campo. Poi, se qualcuno penserà che la mia esperienza sia utile per le prossime generazioni di arbitri, sarò lieto di trasmettere quello che mi è stato insegnato e che ho imparato, calcando tanti anni i campi di basket. Fuori dal campo, ho intrapreso un’attività di ristorazione con due amici a Cambridge, in Inghilterra, che ci sta dando buone soddisfazioni. Siamo in procinto di ampliarla aprendo altri ristoranti e, nel frattempo, grazie ad alcun incontri avvenuti in questi anni nel mondo della pallacanestro, spero a breve di iniziare un’attività di export, sempre nel campo alimentare. Come si può vedere, la pallacanestro è sempre “il motore” della mia vita. E spero lo continuerà ad essere per molto tempo ancora».

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